Anonimo – Inverno (parte 1)

Din don dan, din don dan; per chi suonan le campane, chi mai sarà? Si chiedono in paese.

Il segno della croce si fan le perpetue che già sono in chiesa, come se già lo sapessero chi doveva morire, ma stavolta così non è.

Din don dan, din don dan; il morto chi è? chi è che lo sa? Qualcuno dice che è tiu Bainzu Canu, che ormai alla sua età bisognava aspettarselo, che con la testa non c’era più ed erano molti mesi che non si spostava da quel letto.

Ma lui non è, lui non è.

Din don dan, din don dan; se non è lui chi mai sarà? Peppina Cabras non può essere, l’ho vista stamattina in chiesa e stava bene, dice zia Mantoi. Coro meu! Non le sarà successo qualcosa, che alla sua età a vivere da sola non si sa mai?!

Ma non è lei! No, lei non è.

Din don dan, din don dan; questa campana per chi suonerà? Non sarà mica Ginetto, povero diavolo, che anche lui se l’è cercata con quella roba che si prendeva; e povera la madre che si l’hat deffidu battagliare. Tutte in coro: s’iscureddu. E poi a casa a spettegolare in privato; ma non vi affannate, che non è lui.

Din don dan, din don dan; ajò, chi è che lo sa? Penso che sia la mamma di Cristina Loriga, sa e sa buttega, che era all’ospedale per un ictus. Non lei non è, che la sorella l’ho vista venendo in chiesa. E allora chi è, chi mai sarà?

Din don dan, din don dan; Don Antonio quando arriverà? Lui di certo sa chi è, e il nome del morto ci dirà, così andremo a trovarlo e faremo la gara a chi piange di più.

Din don dan, din don dan; ecco Don Antonio che il nome ci dirà! Una ragazzina di buona famiglia, s’iscuredda, cosa significa impiccata? Ma quando mai. Deus meu! Ma Don Antò, il nome non si sa? Silvia Satta?! Sa fizza de s’americanu? Capito tutto! Grazie Don Antò, sia lodato Gesù Cristo. Sempre sia lodato.

Din don dan, din don dan; il cappio ormai tolto le han, e già vestita e deposta sul letto, la madre la guarda senza piangere, perché ancora non realizza, ma su babbu inue ch’este? Mantò, il babbo dov’è? E’ li nell’angolo, lo vedi che sta piangendo. E ci sono tutti gli zii, finza su padrinu dae Tissi, dev’essere arrivato da poco. Il fratellino dov’è? L’ha vista lui per primo appesa alla corda?! Ohi, Deus Meu caru!

Din don dan, din don dan; Silvia dorme nel suo nuovo letto, ignara di tutti quei corpi che le piangono attorno. Se n’è andata senza dire nulla, senza motivo, pensano in tanti.

Il motivo sta dentro la sua pancia da due mesi.

G.C.

Anonimo – Autunno (parte 4)

A Lei…

A Lei, che vogliosa e pudica
discorreva d’amore, con le mani
sul mio viso più giovane. Carezze
notturne su lenzuola disfatte.

A Lei, venere plebea; frutto
proibito ai mortali -Gran monito!,
che, di castità avvinta, sedeva lontana,
passeggera dei suoi timori.

A Lei, immune al Cupido arciere,
io invio i miei dubbi sbiaditi
e notturni, ora che un nuovo sole
è giunto calmo ad estirparli.

 

G.C.

Anonimo – Inverno (parte 3)

 

A volte penso che sia tutto già scritto, tutto già deciso, e che noi non possiamo farci nulla. Penso che lassù in fin dei conti non ci siano molte anime buone, ma solo una bruscia bastarda che apre le cosce e mostra la mercanzia, e ci fa credere che in questo inferno di mondo tutto sommato sia rimasto ancora un briciolo di giustizia, e che prima o poi, dopo aver passato una vita a ingoiare merda e a pregare inutilmente, prima o poi dovremo arrivarci lassù, e anche noi c uniremo agli altri in un’orgia universale e liberatrice, ottenendo la meritata ricompensa dopo una vita passata ad invecchiare senza senso.

E invece la bruscia si diverte, ci prende in giro e ride, e quando meno ce lo aspettiamo allunga la sua lingua e ad uno ad uno ci prende e ci rinchiude in una cassa di mogano.

Si dice che Dio si circonda sempre dei migliori, che è lui a prendersi i cuori nobili e a lasciare, in questo ammasso schifoso di terra e mare, in questa palla che gira e gira e gira all’infinito, sempre nello stesso verso, proprio qui lui lascia i non meritevoli della sua gloria, in questo inferno a continuare a vivere da peccatori, a patire e soffrire e bestemmiare e sputare in questo schifo di mondo, ma continuando a vivere, che nessuno vuole morire, nessuno è così ansioso di andare a trovare Dio.

Che poi da lassù non è tornato mai nessuno a dirmi che sta bene, che un po’ gli manco, ma che tutto sommato sta in un posto tranquillo, con la birra bella fresca e le cameriere gentili e carine.

Ecco quello che rimane.

Solo una lastra di marmo grigia e lucida con molti fiori e una foto sorridente, bagnata dalla lacrime di chi ancora vive all’inferno, in questo inferno, e che piange e si dispera, si fa divorare dalla desolazione e dalla rabbia.

Quando quel mostro nero faceva nitrire tutti i suoi cavalli e affrontava le curve senza scalare di marcia, e si riempiva di grida di paura, di preghiere, di incubi, chissà che cos’ha pensato in quel momento, quando ha visto la macchina fuori controllo che andava dritta verso la morte, chissà se ha avuto il tempo di pensare a quello che stava succedendo, chissà se si è reso conto, o se davanti ai suoi occhi aveva solo il buio e il freddo di quella notte.

Forse non avrebbe dovuto sedersi in quella macchina, o avrebbe dovuto allacciarsi almeno la cintura, forse quello che stava al volante doveva rallentare, o non bere così tanto, forse non sarebbe dovuto andare a Saccargia, a quella festa, e fare così tardi, si… forse…

Ora che dalla finestra guardo il vuoto, lo stesso vuoto che ho dentro, che non mi da il coraggio di andare avanti, di affrontare lo stesso inferno di sempre a testa alta; ora che non ho neanche la forza di piangere, che non ho più niente, che vorrei sciogliermi come fango e sprofondare in un abisso scuro e buio; ora, proprio ora che ne ho così tanto bisogno, ora che ho bisogno di lui, dov’è Dio?

Ci guarda ancora da lassù, ci fa girare tutti cose se fossimo delle trottole pazze nelle sue mani, ci prende in giro, ci fa soffrire.

Sta meglio lì, a passare il tempo ridendo di noi, che tanto qui ci viene solo per farci piangere…

G.C.

Anonimo – Inverno (parte 2)

Non è facile quando hai una pistola puntata alla bocca.

Non è per niente facile.

Sei dentro la tua macchina che vai al bar, come ogni sabato, e lo stereo appena comprato ti manda a palla l’hammond di Green Onions, quando incroci la macchina di Tore Corrias.

Esce subito e ti dice che sei morto. E’ incazzato per il fatto che hai messo incinta Fabiana, la sorella, che è sposata con uno stronzo magnacaula di Sassari. A Peadas lo sanno tutti tranne che i familiari di Fabiana. Ma pare che la voce sia arrivata anche a Tore.

Esci dalla tua macchina e gli dici che lui non c’entra un cazzo, che è una cosa che riguarda te e sua sorella, ma non fai neanche in tempo a finire che ti ritrovi contro un muro con una pistola puntata dritta alla tua bocca.

Non sai se cagarti dalla paura o se reagire, vorresti fare di tutto ma sei paralizzato.

I coglioni diventano piccoli piccoli, e duri come il ferro. Ti pesano in un modo assurdo.

Il cuore ti sale in gola e provi a mandarlo giù, deglutendo la saliva che ti cola dalla bocca.

Dallo stomaco, come vomito, risalgono preghiere che avevi dimenticato da un pezzo.

Il cervello pensa cento milioni di cose contemporaneamente, ma il corpo non esiste più, non lo manovri, non ce l’hai.

Ad un certo punto non riesci a vedere nient’altro all’infuori di quella canna lucida e scura puntata contro di te.

Pensi che la tua fine può passare da un momento all’altro attraverso quella canna e venire a spappolarti il cranio.

Il bastardo che tiene la pistola ha un alito che puzza di cinghiale morto.

Ti parla e si agita, sbattendoti quel cannone sui denti.

Non sai come uscire da questo casino, perché non puoi uscirne.

-Anche se mi spari, là dentro il bar la gente sentirà il colpo. Come farai?

-Non sono problemi tuoi- ti risponde.

E’ fottutamente stronzo questo qui, buccirussu.

Però gli hai messo paura. Ti dice di salire in macchina.

Ma questo stronzo è più nervoso di te: gli cadono le chiavi della sua Lancia.

Ti punta contro l’arma e si inchina per prenderle.

Lo stereo si blocca, poi riparte con lo stesso hammond: ti ricordi di aver azionato il repeat.

Tore tasta per terra con la mano cercando le chiavi, ma non le trova e così si volta per mezzo secondo, tenendo sempre la pistola puntata verso di te.

Gli sferri un calcio alla mano, e la pistola va a sbattersi contro la sua macchina, lasciando partire un colpo.

Dai un altro calcio a Tore, stavolta nello stomaco, ma lui ti prende la gamba fra le mani e ti butta a terra. Va a prendere la pistola ma riesci a bloccarlo con uno sgambetto. Gli salti sopra e gli sferri due pugni. Ma quel bastardo è più grosso di te e riesce a girarsi. Ora è lui sopra di te. Ti tira un pugno, un altro, poi un altro e un altro ancora. Il sangue ti cola dal sopracciglio sinistro, mentre quello stronzo continua a tirare pugni. Riesce a prendere la pistola e te la punta contro. Gli tieni le mani, cerchi di resistere. Senti in lontananza le sirene dei carabinieri, qualcuno deve averli avvisati.

Stai per togliergli la pistola dalle mani, quando all’improvviso parte un colpo…

Sei circondato da tante sirene, qualcuno sta chiamando un’ambulanza, Tore ha le manette strette ai polsi e lo portano via. In tanti urlano, alcuni piangono, molti restano in casa a guardare da dietro le tende delle loro finestre.

I tuoi amici accorsi dal bar ti si stringono attorno, due vanno ad avvisare tuo padre. Non senti più niente, il tuo corpo non risponde. Hai freddo. Nel buio della notte i tuoi occhi riescono a vedere solo un bianco pallido.

Green Onions riparte con il suo hammond…

G.C.

Anonimo – Autunno (parte 3)

A volte sogno di fuggire da questo schifo di paese, da queste vie e da queste case che conosco a memoria. Sogno di scappare lontano da queste facce, sempre le stesse, rinchiuse dentro i bar a inghiottire problemi e cazzi loro di chissà quale tipo.

Certe notti, prima di addormentarmi, mi chiedo come è stata la mia giornata; così mi affaccio alla finestra e con la mente viaggio verso posti lontani, esotici, sperduti.

Qualche volta mi sale in testa di andare da Dindia, il mio principale, chiedere la liquidazione e partire per il Sudamerica. Belize, Costa Rica, Guatemala, non importa: lontano da qui.

Lontano dalla desolazione di Peadas.

Abbandonerei anche quel sirbone di mia moglie, che non fa altro che ingrassare davanti alla televisione a guardare le telenovelas ed è già tanto che riesce a farmi trovare qualcosa di pronto quando rientro da lavoro. Non so neanche più da quanti mesi è che non facciamo l’amore, e sinceramente non mi interessa. Non la amo. Non l’ho mai amata. Forse quando eravamo ragazzini…

Andavamo alle scuole superiori e io ero al quarto anno del classico, lei alle magistrali.

Ogni sera avevamo appuntamento a su zimidoriu ezzu, al vecchio cimitero dietro la chiesa, e facevamo l’amore sotto una coperta che lei portava di nascosto da casa.

Ma a diciassette anni rimase incinta. Il padre lo venne a sapere e dopo avermi dato uno schiaffo mi disse: como ti la cojuasa! Adesso te la sposi!

Poco tempo dopo mi trovò questo cazzo di lavoro da muratore nel cantiere di un suo cugino alla lontana.

E me lo rinfaccia sempre, ogni volta che pranziamo a casa sua, che io devo ringraziare lui se adesso lavoro e se posso vivere decentemente.

Perché non va a fare in culo, lui e quella sanguisuga della figlia, che sta in casa tutto il giorno a combinare un cazzo e a fine mese, in vista dello stipendio finge di interessarsi di me, così può prendersi i vestiti nuovi. Ancora non riesco a capire come può una colora, una biscia come mia moglie, partorire un angelo.

Se lavoro come un mulo dalla mattina alla sera, se sopporto questa donna che detesto, con cui non ho niente da condividere, e se soprattutto ingoio tutta la merda che quotidianamente mi lancia addosso suo padre, se rinuncio al mio desiderio di mollare tutto e di andarmene da Peadas, è per mio figlio: l’unica goccia felice della mia vita, che ormai naviga in un mare di rimpianti.

Adesso ha sedici anni. Davide si chiama.

Quando avevo la sua età sognavo di essere un cazzo di poeta girovago, tipo Rimbaud, e vivere la mia vita senza senso, perché non c’è un senso da trovare.

Ricercare un senso nella vita è come sperare di farsi amare da una puttana.

Chi siamo? Da dove veniamo? Sono domande inutili.

E’ quello che ci rende felici che bisogna capire. E per farlo non c’è bisogno dei preti che ci dicono di pregare il buon Dio, tantomeno di qualche filosofo del cazzo.

Io non lo so cosa mi porterà ancora questa vita, che sorprese mi riserverà per il futuro. So solo che i miei sogni ormai vivono in un posto molto lontano da qui e qualche notte vengono a farmi visita, e mi raccontano avventure stupende che mi provocano sensazioni meravigliose.

Un solo sogno è rimasto con me: mio figlio. Lo vedo crescere ogni giorno di più, cosciente purtroppo del fatto che presto anche lui se ne andrà via da me, che anche lui prima o poi dovrà crescere…

Ma tutto sommato va bene così.

G. C.

Anonimo – Autunno (parte 2)

Adesso che non ho più l’atletismo e i riflessi di un tempo, di quando mi spostavo agile come una zanzara da una parte all’altra del ring, schivando destri e sinistri per poi dare il colpo del K.O. e per alzare le braccia al cielo, ubriacandomi di gioia, con le grida assordanti di quei quattro diavoli dei miei fedali, che ripetevano ad alta voce Frank! Frank! Frank! dal fondo della palestra, e con il volto soddisfatto di tiu Barore, che se sapevo qualche dritta di boxe era solo grazie a lui; che anche le volte che perdevo ai punti era come se avessi vinto, piccolo e mingherlino com’ero; adesso, rimango a guardare quei guantoni appesi in camera, vicino alla foto del mio primo incontro da professionista, e trattengo le lacrime.

In paese mi conoscono tutti, Frank il pugile, e quando passo al bar da Tonio a prendermi il caffè la mattina, c’è sempre qualcuno che mi offre qualcosa.

Il lavoro che faccio non è bellissimo, non è il massimo a cui uno può aspirare, prendere una scopa in mano e pulire le strade dalla merda dei cani, ma a me non importa: è pur sempre un lavoro, non sto mica rubando!

Ogni tanto qualche ragazzino al bar, tra un tempo e l’altro delle partite della Juve, mi chiede di raccontare qualcosa dei miei incontri, dei miei momenti di gloria, e si gasa sentendomi parlare di ganci e montanti e diretti e guardie.

Tiu Barore me lo diceva sempre, che il segreto di tutto è la guardia. Bisogna stare sempre in guardia, sopportare, soffrire e schivare, aspettare il momento opportuno per stendere l’avversario quando abbassa la guardia.

E questo non solo nella boxe…

Mi manca molto tiu Barore. E’ già un anno e mezzo che non c’è più, che il cancro l’ha inghiottito, e ogni tanto vado al cimitero e gli porto qualche fiore.

Mi ricordo sempre il primo giorno che entrai in palestra, quando mi avvicinai da lui e gli dissi che volevo iscrivermi alla scuola di pugilato.

Lui si girò, mi guardò e sorrise.

Avevo quattordici anni e il fisico di un bambino di otto, la faccia mangiata dall’acne, i cappelli tirati all’insù e gli occhi che fremevano.

Nessuno avrebbe scommesso su di me un soldo bucato, ma lui mi disse che se volevo fare pugilato, mi avrebbe aiutato e mi avrebbe insegnato.

Il primo periodo cercai di mettere su qualche chilo, perché quando restavo a petto nudo mi si vedevano le costole e non era un bello spettacolo. Così dopo qualche mese arrivai ad uno stato almeno accettabile, ma ero sempre il più magro e il più mingherlino tra i miei coetanei. Di forza nelle braccia non ne avevo, i miei pugni non facevano molto male ma davano fastidio, e quindi tiu Barore mi faceva allenare sulla resistenza.

Più che un picchiatore ero un incassadore, come diceva qualcuno, uno che ci metteva il cuore, che incassava bene i colpi e che puniva l’avversario ogni volta che questo abbassava la guardia.

Il primo incontro lo feci a quindici anni e mezzo, nella palestra di Peadas, contro uno che aveva la mia stessa età, ma era molto più grosso di me.

Riuscii a reggere per tutti i cinque round, poi alla fine, stanco morto, abbassai la guardia e quello ne approfittò per mollarmene uno sul naso.

Caddi a terra, ma mi rialzai prima che l’arbitro contasse a dieci. Avevo le lacrime agli occhi, ma non volevo mollare, volevo arrivare sino alla fine, restare in piedi sino all’ultimo. Non ci fu un vincitore vero e proprio, perché non c’era nessuno a prendere i punteggi, ma io ero felice lo stesso, ero rimasto in piedi, ce l’avevo fatta.

Arrivai a fare qualche incontro da professionista ma poi la malattia costrinse tiu Barore a stare a letto, perché le ossa non lo reggevano più.

Mollai tutto anche io.

Lui mi disse di continuare, di non abbassare la guardia, e io per un po’ continuai a sfogare la mia rabbia sui sacchi, ma poi non ce la facevo a tornare da lui ogni volta che facevo un incontro e vederlo lì su quel letto, con la morte che gli girava attorno.

Lui tenne alta la guardia per sette anni. Per sette lunghi anni lottò contro il cancro che lo divorava lentamente, che gli sbriciolava le ossa.

L’ultima volta che entrai in palestra mi si strinse il cuore. Tutti quei sacchi mangiati dai topi, il ring mezzo rotto, i muri pieni di muffa, i vetri delle finestre rotti. E tutta quella polvere…

Ogni tanto mi sale in testa di riaprire la vecchia palestra e di rimetterla a nuovo, di rifondare la scuola di pugilato, ma poi realizzo che sarebbe soltanto un modo per sperare di non morire dentro. Ormai ho abbassato la guardia, ho ricevuto il colpo del K.O. che mi ha mandato al tappeto.

Uno… Due… Tre…

 

G.C.

Anonimo – Autunno (parte 1)

Guardo dalla finestra della mia camera la neve che cade pallida e fredda sulla Moldava mentre fumo stancamente una sigaretta. Sono carico di assenzio e di questa birra schifosa che fanno qua, che ti gonfia lo stomaco e sembra olio. Mi mancano le birre lager.
Ripenso a questi due anni trascorsi qui, tra il ristorante e i giri per i locali una volta finito il turno.

Fischiettavo i ritornelli di Aretha Franklin mentre Jesus, l’aiutocuoco spagnolo che lavorava con me, fermava ogni bulgaro che incontravamo a Malà Strana per chiedere se aveva dell’erba buona da vendere. Ma volevano tutti fotterci, e per quanto ne capivo io di queste cose, la roba che vendevano non era di prima qualità e i prezzi erano misteriosamente troppo alti.
Decidemmo di entrare al Karlov Lazny, la discoteca a quattro piani, per cercare qualche bruscia che ci facesse divertire.
Jesus trovò finalmente qualcuno che poteva dargli roba buona, cocaina a buon prezzo.
Seguì il bulgaro verso i cessi mentre io mi misi a sedere in un divanetto con Thelma, una ventiduenne inglese che era a Praga per studio, occhi verdi, capelli rossi e culo a mandolino.
Lei cercava di capire quello che io le dicevo in un inglese casereccio, mentre sorseggiava Jagermeinster e rideva ad ogni errore grammaticale che facevo.
Non parlava, forse perché sapeva che non l’avrei capita, e anche perché ormai avevo il cervello pieno di assenzio e inventavo discorsi in inglese a rotazione, sputando frasi senza senso, incuriosito dal fatto che lei rideva senza mandarmi a quel paese e senza tornare dalle sue amiche là in pista, senza inventare una misera scusa balorda per andare via da quell’italiano logorroico che aveva davanti, forse anche per il fatto che quell’italiano le stava offrendo da bere; così dissi do you want to make love with me? E subito ebbi uno yes come risposta.

Passavo a prenderla all’università e poi ci facevamo un giro per piazza Venceslao a rovistare tra i mercatini e i negozietti di musica jazz, che tanto là ascoltano solo quello.
E’ lì che scoprii quella musica magica, travolgente e sensuale, dolce e aggressiva allo stesso tempo.
I ragazzi della mia età a Peadas ascoltavano musica da discoteca, techno, senza impegno e senza sentimento. Al massimo, qualcuno che voleva differenziarsi, aveva qualche cd dei Sex Pistols o degli Eater o dei Clash.
Ma il sax di Charlie Parker, la tromba di Dizzy Gillespie, e poi Sidney Bechet, Glenn Miller, le voci di Bessie Smith e di Billie Holiday erano la colonna sonora delle mie notti praghesi con Thelma. Erano note che ti facevano volare sino alla Torre delle Polveri, ti facevano danzare nella Piazza Vecchia notturna e deserta, ti facevano compagnia nel guardingo Quartiere Ebraico, ti accompagnavano alla ricerca di birrette solitarie nei locali più sperduti.

Lei sembrava rimasta ancora agli anni sessanta, con quei vestiti optical e l’acconciatura alla Cleopatra, con la frangetta marcata e la minigonna, sempre senza rossetto ma con gli occhi ben truccati.
Mi insegnò un po’ di inglese e voleva imparare qualche cosa di sardo, ma la pronuncia non gli permetteva di parlarlo perfettamente, un po’come funzionava per me con la sua lingua.
Come mi piaceva quella modette di Brighton! Passavamo serate intere nei negozi di abbigliamento, visto che lei non sopportava i miei jeans larghi e lisi e il mio giubbotto in pelle. Trovava il mio look un po’ trasandato e così decise di darmi qualche lezione di stile.
Mi portò da un sarto e mi fece fare un abito su misura: pantaloni bianchi aderenti senza pences e con il risvolto all’altezza delle caviglie; giacca, pure questa bianca, a tre bottoni, con sotto una camicia nera, che inizialmente non volevo perché mi ricordava il Duce, e una cravatta bianca attorno al collo. Con le scarpe da bowling che avevo preso il giorno prima stavo una meraviglia.
Mi guardai allo specchio e pensai a mia madre: sembravo vestito a nozze e già me la vedevo piangere davanti a Don Antonio, finalmente orgogliosa di quel povero figlio che si era sistemato.

I giorni passavano e ormai quando finivo in ristorante correvo da lei in biblioteca. Facevamo un giro al centro e poi tornavamo a fare l’amore di notte nel suo appartamento, facendoci spiare dalla Moldava, che si portava via velocemente le nostre stagioni.

Ogni tanto mi chiedeva se l’amavo. Io rispondevo con un sorriso e le accarezzavo i capelli lisci e rossi, poi con una mano le slacciavo il reggiseno e facevamo l’amore.
Lo sapevamo tutt’e due che prima o poi l’incantesimo sarebbe finito, e che lei sarebbe tornata a Brighton ad agosto.
E il fatto è che io non avevo niente da offrire a quella bambolina, povero diavolo com’ero. Non potevo dirle di venire a Peadas con me che mio padre lavorava in comune e non avevo tanche da coltivare. Lei studiava all’università mentre io avevo un misero diploma preso col sessantuno grazie a quel figlio di puttana di professor Marras, che quando ha scoperto che scopavo con sua figlia ha promesso di farmela pagare. Lei è uno sfaccendato perditempo, un bifolco. Così mi diceva quando andavo alla lavagna a fare le derivate. A tutti dava del tu e li chiamava addirittura per nome, tutti tranne me. Ma non ci riuscì a fottermi, che se toglievano la matematica e la fisica dalla pagella, avevo la media dell’otto, e quindi, bene o male, il culo era salvo; fanculo a lui e a quella bruscia di sua figlia.

Qualche volta Thelma mi chiedeva di leggere quei versi stupidi che scrivevo in un quaderno ingiallito, che diceva che le piacevano. Per me erano solo stronzate a cui mi attaccavo quando stavo male e non riuscivo a capire il perché, così lasciavo i miei pensieri liberi di esprimersi e di sfogarsi su quei fogli di carta che poi non leggevo mai, tranne quando era Thelma a chiedermelo. Si preparava qualcosa da bere e ascoltava, poi si sdraiava accanto a me e mi faceva entrare dentro di lei, mentre la Moldava straripante e bastarda ci faceva naufragare verso l’estate.

Quel giorno non mi disse nulla. Mi lasciò un bigliettino con su scritti dei versi che voleva che le leggessi sempre prima di fare l’amore:

…la notte non avrò freddo
perché non sarò sola:
dipingerò il tuo volto
nella solitudine,
per confortare la mia anima.

Ora passeggio sul ponte Carlo, con il freddo di novembre che mi schiaffeggia il viso.
Dalla Moldava riaffiorano ricordi che hanno il profumo di Thelma, e mentre affondo i miei scarponi nella neve pallida e soffice, penso che non riuscirò mai a dimenticarla, che mi ammazzerò dipingendo il suo volto nella solitudine, mentre naufrago in balìa della corrente e dei ricordi di questo stupido fiume.

G.C.